
La prima volta che le avevano chiesto di riflettere sulla libertà era stato alle scuole elementari. La maestra aveva invitato i bambini a fare un disegno su quel tema e lei aveva subito visto davanti a sè un cielo azzurro. Temendo che la maestra non sarebbe stata soddisfatta di un semplice foglio colorato d'azzurro, aveva pensato che anche il mare poteva significare libertà, e così aveva diviso orizzontalmente il foglio in due parti. Sopra, il cielo, con dei piccoli segni neri a simboleggiare gli uccelli e sotto, il mare, con delle righe tremolanti per rappresentare le onde. Il cielo l'aveva colorato con una matita azzurra; il mare con una matita blu scuro. La maestra aveva sorriso, dicendole che era stata brava. Non ricordava cos'avessero disegnato gli altri bambini, ricordava solo che la sua piccola compagna di banco aveva riso, deridendola, dicendo che doveva aver faticato molto per farsi venire quell'idea "tutta azzurra", e aveva trascinato nelle risate anche altri bambini. Ma Francesca non se l'era presa: già allora, a quella giovanissima età, il suo istinto le diceva che molto spesso chi le stava intorno non avrebbe capito quello che lei aveva dentro, nel suo cuore, nella sua anima. Solo molti anni dopo, leggendo Dedalus di James Joyce, avrebbe capito il perchè. Ritratto dell'artista da giovane, era il sottotitolo di quell'opera. Ecco la spiegazione di tutto: lei sarebbe diventata un'artista e gli artisti sono spesso incompresi come persone, per quella vaga inquietudine che muove le loro anime.
Poi, continuando gli studi, alla scuola media e soprattutto al liceo, aveva incontrato più volte filosofi o letterati che parlavano di libertà. Ognuno esprimeva la propria teoria, il proprio pensiero, ma nessuno la soddisfaceva mai completamente: questa "libertà", per lei, continuava a rimanere un concetto astratto del tutto incomprensibile.
Proprio al liceo si era ritrovata nuovamente a tu per tu con questo soggetto, quando le avevano chiesto di parlarne in un tema. Francesca era rimasta a lungo a fissare il foglio bianco, come faceva sempre prima di iniziare a scrivere, raccogliendo le idee e cercando di pensare a tutti gli elementi che sarebbero potuti tornarle utili per stendere il suo componimento.
Aveva provato ad immedesimarsi in un carcerato che dopo tanti anni di prigione torna a casa, torna nel mondo reale. Cos'avrebbe provato? Di certo si sarebbe sentito libero, no? Il problema era solo cercare di esprimere a parole quel sentimento.
Aveva sfogliato il vocabolario che aveva con sè in cerca della definizione di "Libertà" e aveva trovato: "l'essere libero da divieti, da vincoli, da occupazioni, ecc."
Aveva cercato qualche ispirazione dalle numerose canzoni che parlavano di libertà. La prima che le era venuta in mente era stata appunto Freedom '90 di George Michael. Oppure, una canzone che diceva: "Libera di trovare la mia strada, libera di avere voce, libera di vedere il giorno". O un'altra: "Ho scelto di essere libera". O ancora: "Quanto ti manca per ottenere la tua libertà?"
Aveva pensato ai film e le era subito venuto in mente il grido di Mel Gibson in Braveheart: "Possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà".
Aveva pensato alla storia, ai tanti popoli che avevano combattuto aspre guerre per essere liberi, consapevole del fatto che la professoressa avrebbe sicuramente apprezzato dei riferimenti storici, dei collegamenti con un'altra materia di studio.
Alla fine aveva messo insieme le cose, aveva cercato di esprimerle nella forma più scorrevole, e aveva consegnato il tema. Non ricordava quale fosse stata la valutazione, ma di certo era stata alta, come sempre. Quello che ricordava, però, era che quel tema era stato uno dei più impersonali che avesse mai scritto. Si era nascosta dietro parole scritte da altri, dietro a pensieri pensati da altri; aveva evitato, seppure in modo elegante, in modo tale che la professoressa non se ne accorgesse, di esprimere il suo proprio punto di vista, la sua propria opinione sulla libertà. Soprattutto, aveva evitato di spiegare a parole sue che cosa fosse. Non lo sapeva.
Poi, qualche anno dopo, si era ritrovata ancora a pensare a questa Libertà, a questa parola dal significato oscuro ma che lei, in qualche modo, sentiva di dover capire.
Con l'età era cresciuta anche la sua irrequietezza, la sua insicurezza nei confronti della vita e del futuro. Tutto si era acuito durante le vacanze di Natale, senza un motivo preciso. Di solito l'atmosfera natalizia le metteva allegria, la faceva sognare, ma quell'anno, invece, le aveva fatto sentire dentro uno strano senso di malessere, di inquietudine. Aveva voglia di piangere senza sapere esattamente perchè, mille volte si era ripetuta: "Sono stanca". Stanca... Stanca di cosa? Non lo sapeva, stanca di tutto. Stanca della sua vita, stanca di essere un Nessuno, stanca di avere quella maledetta sensibilità che le creava mille problemi.
Dopo quelle vacanze di Natale aveva lasciato l'università. Anche quello le stava stretto, ormai. Anche quello non la soddisfaceva più. L'idea di Cultura, di Sapere, che l'università cercava di trasmettere non aveva niente a che vedere con quella che era la sua idea. Un solo professore l'aveva pensata come lei, dicendo ai ragazzi, un giorno, una bella frase: "La Cultura è quella cosa che vi rimane quando vi siete dimenticati tutti i libri che avete letto". Sì, era quella la Cultura che Francesca cercava: quando si finiva di leggere un libro, secondo lei, non lo si sapeva ripetere a memoria, ma i concetti, gli insegnamenti in esso contenuti, sarebbero rimasti dentro la propria anima per tutta la vita. Ma tutti gli altri professori universitari che aveva conosciuto le avevano richiesto tutt'altro: nozioni stupidamente e inutilmente ripetute a memoria, senza neppure che venissero rielaborate, analizzate, comprese davvero. E lei aveva detto basta. Non voleva studiare così, si sentiva intrappolata in un sistema che non apprezzava e non accettava. E riflettendo sull'università e sulla Cultura, si era resa conto di non essere libera. Non era libera di imparare e di studiare come avrebbe voluto e come sarebbe stato più giusto.
Fu allora, lasciando l'università e prendendo coscienza di quello che era il suo concetto di Cultura, che cominciò anche a capire cosa fosse la Libertà che andava cercando. Aveva pensato che la Libertà corrispondesse al denaro, per un certo periodo. Non per qualche concezione materialistica, ma soltanto perchè riteneva che se fosse stata ricca e avesse potuto vivere di rendita, avrebbe potuto essere libera di passare le sue giornate studiando da autodidatta, divorando quei libri che amava e formandosi il tipo di cultura a cui lei aspirava. Quando pensava a questo, si rendeva conto di quanto sarebbe stata felice vivendo così. E le fu chiaro che la Libertà corrispondeva alla Felicità. Il concetto di Libertà, finalmente, cominciava a chiarirsi almeno un po', nella sua mente.
Ma Francesca non era ricca e così, lasciata l'università, trovò un lavoro come commessa in un negozio di articoli per belle arti. La sera , quando tornava a casa, era così stanca che l'ultima cosa di cui aveva voglia era prendere in mano un libro. O meglio, la voglia l'aveva, ma non la freschezza mentale e psicologica necessaria per apprezzarlo e capirlo davvero. E ricadde nel baratro di sempre. L'inquietudine. La malinconia. La voglia di piangere e urlare. E quel sentirsi rinchiusa, nervosa e agitata come una tigre in gabbia.
Poi si era innamorata di un ragazzo in gamba, che l'aveva ricambiata con dolcezza e tenerezza. Era stata felice con lui, ma era finita dopo sei mesi. Quando lei gli aveva detto di sentirsi soffocare con lui sempre al suo fianco. "Non mi sento libera", gli aveva detto, sorprendendosi del fatto che di nuovo si fosse ritrovata a tu per tu con quell'aggettivo.
Quando se lo era potuto permettere, era partita per Londra insieme a un'amica. Erano rimaste là per tre mesi, durante l'estate, frequentando dei corsi per imparare la lingua inglese. Francesca era partita piena di speranze, convinta di sfuggire alla vita di sempre e di assaporare finalmente la vera libertà.
Ma dopo tre mesi era tornata a casa, quasi più annoiata di prima, e la tristezza era ricominciata.
Una piovosa sera di novembre, un uomo anziano ma ancora pieno di energia e dal sorriso sincero entrò nel negozio dove Francesca lavorava. Le chiese dei pennelli e dei colori a tempera. Mentre gli mostrava i vari articoli, lei capì subito che quel vecchietto se ne intendeva. Lui, confermando le sue impressioni, le disse di aver cominciato a dipingere da bambino e di non aver più smesso. Francesca, all'improvviso, si ricordò di quando era bambina, di quando anche lei disegnava. Le piaceva, lo faceva sempre, poi si era fermata. Chissà perchè, si chiese adesso. Era buffo: aveva smesso da un giorno all'altro, senza nemmeno pensarci, e negli anni seguenti si era limitata a disegnare quello che i professori, a scuola, le imponevano.
- Lei quale marca mi consiglia? - chiese l'uomo, indeciso tra tre diversi tipi di colori a tempera.
Francesca ne indicò uno.
- Dicono che questo sia il migliore - disse.
Il vecchietto la guardò un po' perplesso.
- "Dicono"? - ripetè. - Lei non dipinge?
Lei si sentì inspiegabilmente imbarazzata, come se si vergognasse di rispondere.
- No... - mormorò. - Sono solo una commessa, ma mi hanno istruito bene su quello che vendo.
- Strano... - sussurrò l'uomo. - Non so perchè, ma ero convinto che lei dipingesse, o disegnasse...
- Lo facevo, una volta - rivelò Francesca senza riuscire a trattenersi.
- E perchè ha smesso?
- Perchè...A dire la verità, non lo so. Sono cresciuta, gli impegni sono diventati tanti...
Lui le sorrise gentilmente e le disse, con finta aria di rimprovero:
- Male, molto male. Quando si ha creatività, propensione per l'arte, qualunque essa sia, non bisogna mai rinunciarvi. E' un modo per esprimere se stessi, i propri sogni, i propri desideri.
Comprò tre pennelli e i colori che Francesca gli aveva consigliato, la salutò e se ne andò nella pioggia.
Quella sera, prima di tornare a casa, la ragazza prese dal negozio un album da disegno e delle matite colorate, guardò i prezzi, tolse dal portafoglio i soldi necessari per acquistarli e li depositò nella cassa.
Arrivò a casa e, mentre aspettava che sua madre preparasse la cena, vide se stessa osservare per un istante il foglio bianco che aveva davanti, prendere una matita azzurra e cominciare a colorare. Quando ebbe finito, i suoi occhi si ritrovarono ad osservare il disegno che aveva appena realizzato. Il foglio era diviso orizzontalmente in due parti. Sopra, il cielo, con dei piccoli segni neri a simboleggiare gli uccelli e sotto, il mare, con delle righe tremolanti per rappresentare le onde. Il cielo l'aveva colorato con una matita azzurra; il mare con una matita blu scuro. Sussultò, riconoscendo lo stesso disegno di tanti anni prima, quando, per la prima volta, l'avevano spinta a pensare alla libertà.
Ricordò le parole del vecchio: "La creatività è un modo per esprimere se stessi, i propri sogni, i propri desideri". Qual era il suo sogno, il suo desiderio più grande? "Essere libera", sussurrò fissando il foglio colorato. E allora possibile...possibile che quella Libertà che aveva tanto cercato e di cui per tanto tempo si era sforzata di trovare una definizione si trovasse nell'arte, nel disegno, nella pittura?
Francesca prese l'abitudine di disegnare ogni sera, tornata dal lavoro. A volte era molto stanca, ma la prendeva una strana frenesia che la spingeva ad afferrare una matita. Disegnava paesaggi, persone, animali. E, mentre lo faceva, provava dentro emozioni mai provate prima e, analizzandole, capì che erano sensazioni di benessere, soddisfazione e, adesso sì, era in grado di dirlo, sensazioni di Libertà.
Poi cominciò a lavorare su tela, con tempere e acquerelli, e il proprietario del negozio dove lavorava, quando li vide, rimase così entusiasta da invitarla ad esporre in vetrina e in negozio alcuni suoi lavori.
Un giorno, quelle opere catturarono l'attenzione di un critico d'arte e da allora la vita di Francesca non è più stata la stessa.
Oggi, infatti, è una pittrice famosa. Ricca. E soprattutto libera. Libera di vivere la sua vita, come aveva sempre voluto fare. Libera di passare le sue giornate dipingendo e studiando da autodidatta, formandosi il tipo di Cultura a cui aspirava anni fa e che le ha permesso di entrare nei circoli intellettuali più noti del Paese. Libera di amare suo marito senza sentirsi in gabbia come le era successo anni prima con un'altra persona.
Oggi Francesca sa cos'è la Libertà, ma se glielo chiederete, non vi risponderà a parole. Si metterà a dipingere e, se la guarderete incuriositi, vi sussurrerà: "La Libertà è quello che sto provando in questo momento."
Non ha mai più rivisto quel vecchio, ma lo ha sempre considerato il suo "Angelo di Libertà".