martedì 27 settembre 2011

Favola (2003)




A  J. e T.


C’era una volta una principessa che viveva in un regno bellissimo. Anche lei era bella, come tutte le principesse: aveva dei lunghi capelli biondi e dei luminosi e profondi occhi azzurri. Era bella anche di carattere, dolce, gentile e generosa. Amava molto sognare e volare con la fantasia e tra i suoi sogni più importanti c’era quello di trovare il suo principe azzurro.
Ogni tanto al regno arrivavano dei principi che venivano a conoscerla e desideravano sposarla, ma lei non aveva mai accettato la proposta di matrimonio di nessuno. Nessuno corrispondeva alle caratteristiche del principe azzurro dei suoi sogni e, ad un certo punto, la principessa cominciò a pensare con tristezza di essere troppo esigente, di cercare qualcuno che non esisteva, nella vita reale.
A volte la povera principessa pensava di sposare un principe qualsiasi, ma alla fine non lo faceva mai, perché in fondo in fondo sentiva che, da qualche parte, il suo principe esisteva e prima o poi lo avrebbe incontrato.
Il re e la regina, i suoi genitori, avrebbero tanto voluto vederla felice, ma si rendevano conto che per lei serviva una persona speciale, perché anche lei era una persona speciale.
E un giorno, finalmente, quel principe speciale arrivò.
Venne anche lui con la speranza di sposare la bella principessa e stavolta a lei piacque molto. Cominciarono a passare sempre più tempo insieme, spesso facendo delle lunghe passeggiate nel parco del palazzo reale. La principessa non riusciva a credere di aver trovato il principe dei suoi sogni. Lui era così gentile, spiritoso, intelligente… La principessa se ne innamorò, ricambiata.
Un giorno, il principe arrivò a palazzo accompagnato dai suoi due amatissimi cagnolini, sicuro che la principessa sarebbe stata felice di conoscerli. Invece, non appena li vide, lei disse di non sentirsi bene e scappò via. Il povero principe non capì cosa fosse successo.
Il fatto era che la principessa aveva una grandissima paura dei cani, anzi, era proprio allergica! Quando ne vedeva uno si sentiva male, veniva presa dall’ansia, le girava la testa, e se restava per troppo tempo a contatto con lui si riempiva anche di orribili bolle!
La principessa pianse per giorni, rifiutandosi di vedere il principe. Aveva capito che lui amava moltissimo i suoi due cagnolini e che non se ne sarebbe mai separato. E quindi lei non avrebbe più potuto stare insieme a lui…
La principessa, alla fine, decise di chiedere aiuto al mago di corte, un vecchio dall’aspetto gentile con una lunga barba bianca. La principessa gli spiegò il suo problema e lo supplicò:
- Non c’è niente che puoi fare per farmi guarire da questa allergia?
- Forse sì - rispose il mago. - Ti preparerò una pozione magica che dovrai bere ogni mattina. Spero che ti aiuterà a non avere più paura di quei cagnolini.
Il mago si mise subito all’opera e alla fine consegnò alla principessa una bottiglia contenente un liquido verde. La principessa, felice, la portò a casa e il mattino successivo ne versò un po’ in un bicchiere e lo bevve.
Più tardi si recò nel parco, dove doveva incontrare il principe. Non appena lo vide da lontano, il cuore cominciò a batterle forte. Era felice di vederlo, ma anche spaventata: la pozione avrebbe funzionato?
Purtroppo non funzionò: la principessa riuscì solo a salutare il suo principe, poi vide i due cagnolini e subito si sentì male. Scoppiò a piangere e corse via.
Disperata, decise allora di rivolgersi alla maga di corte, una bella donna che indossava molti braccialetti tintinnanti e una lunga tunica colorata.
- Forse posso aiutarti - disse alla principessa dopo aver saputo qual era il problema. - Prendi questa collana magica, indossala e vedrai che tutto si risolverà.
La principessa ringraziò la maga e indossò subito la collana.
Quel pomeriggio incontrò ancora il principe, ma anche stavolta andò male: neppure la collana funzionò e la povera principessa si chiuse nella sua camera a piangere disperata. Sembrava che niente potesse farla guarire dalla sua allergia!
Il principe ancora non sapeva qual era il problema della principessa, perché lei si vergognava e non gliene aveva mai parlato. Però il principe era innamorato della principessa e così le chiese di incontrarlo ancora. Lei accettò e, quando lo vide, cercò di stare lontana dai due cagnolini.
Il principe le si avvicinò e le porse una bellissima rosa, chiedendole:
- Principessa, mi vuoi sposare?
Lei sorrise e all’improvviso sentì che non aveva più paura. Uno dei due cagnolini le posò il musetto sulla gamba e lei lo accarezzò tranquillamente. Poi, guardando negli occhi il suo principe, gli rispose:
- Sì, voglio sposarti e restare con te per sempre!
E infatti, il principe e la principessa si sposarono e vissero felici e contenti insieme ai loro due cagnolini. La principessa aveva imparato che quando vuoi davvero bene a qualcuno, accetti tutto quello che lo riguarda e tutte le tue paure scompaiono. Senza bisogno di magie.



Per J. e T., con la speranza di potervi un giorno conoscere.


lunedì 26 settembre 2011

Un bacio (2003)



Oggi ho scoperto quanto può significare un bacio,
quanto può parlare,
quanto può farti sentire amata nonostante i problemi,
quante emozioni può farti provare,
quanto può farti sentire desiderata e importante,
quanto può turbarti e sconvolgerti,
quanto può farti sentire avvolta da un’unica grande carezza,
quanta dolcezza e tenerezza può esprimere,
quanto calore può trasmettere,
quanto può farti dimenticare il mondo esterno,
quanta forza può darti,
quanto può farti credere in un futuro sereno,
quanto può farti venire voglia di piangere e ridere insieme,
quanto può convincerti dell’affetto di una persona,
quanto può cambiarti la vita in un istante.

Oggi ho scoperto che il bacio più bello non è il primo, né il più appassionato, né quello dato e ricevuto in un momento particolarmente speciale o significativo.
Il bacio più bello arriva quando meno te lo aspetti, quando pensi che “sarà un semplice bacio”, magari di saluto.

Quando unirai le tue labbra a quelle della persona che ami e nei minuti seguenti sentirai che nel silenzio vi state parlando…
Quello sarà il bacio più bello in assoluto.

domenica 25 settembre 2011

L'Angelo di Libertà (2002)



La prima volta che le avevano chiesto di riflettere sulla libertà era stato alle scuole elementari. La maestra aveva invitato i bambini a fare un disegno su quel tema e lei aveva subito visto davanti a sè un cielo azzurro. Temendo che la maestra non sarebbe stata soddisfatta di un semplice foglio colorato d'azzurro, aveva pensato che anche il mare poteva significare libertà, e così aveva diviso orizzontalmente il foglio in due parti. Sopra, il cielo, con dei piccoli segni neri a simboleggiare gli uccelli e sotto, il mare, con delle righe tremolanti per rappresentare le onde. Il cielo l'aveva colorato con una matita azzurra; il mare con una matita blu scuro. La maestra aveva sorriso, dicendole che era stata brava. Non ricordava cos'avessero disegnato gli altri bambini, ricordava solo che la sua piccola compagna di banco aveva riso, deridendola, dicendo che doveva aver faticato molto per farsi venire quell'idea "tutta azzurra", e aveva trascinato nelle risate anche altri bambini. Ma Francesca non se l'era presa: già allora, a quella giovanissima età, il suo istinto le diceva che molto spesso chi le stava intorno non avrebbe capito quello che lei aveva dentro, nel suo cuore, nella sua anima. Solo molti anni dopo, leggendo Dedalus di James Joyce, avrebbe capito il perchè. Ritratto dell'artista da giovane, era il sottotitolo di quell'opera. Ecco la spiegazione di tutto: lei sarebbe diventata un'artista  e gli artisti sono spesso incompresi come persone, per quella vaga inquietudine che muove le loro anime.

Poi, continuando gli studi, alla scuola media e soprattutto al liceo, aveva incontrato più volte filosofi o letterati che parlavano di libertà. Ognuno esprimeva la propria teoria, il proprio pensiero, ma nessuno la soddisfaceva mai completamente: questa "libertà", per lei, continuava a rimanere un concetto astratto del tutto incomprensibile.

Proprio al liceo si era ritrovata nuovamente a tu per tu con questo soggetto, quando le avevano chiesto di parlarne in un tema. Francesca era rimasta a lungo a fissare il foglio bianco, come faceva sempre prima di iniziare a scrivere, raccogliendo le idee e cercando di pensare a tutti gli elementi che sarebbero potuti tornarle utili per stendere il suo componimento.

Aveva provato ad immedesimarsi in un carcerato che dopo tanti anni di prigione torna a casa, torna nel mondo reale. Cos'avrebbe provato? Di certo si sarebbe sentito libero, no? Il problema era solo cercare di esprimere a parole quel sentimento.

Aveva sfogliato il vocabolario che aveva con sè in cerca della definizione di "Libertà" e aveva trovato: "l'essere libero da divieti, da vincoli, da occupazioni, ecc."

Aveva cercato qualche ispirazione dalle numerose canzoni che parlavano di libertà. La prima che le era venuta in mente era stata appunto Freedom '90 di George Michael. Oppure, una canzone che diceva: "Libera di trovare la mia strada, libera di avere voce, libera di vedere il giorno". O un'altra: "Ho scelto di essere libera". O ancora: "Quanto ti manca per ottenere la tua libertà?"

Aveva pensato ai film e le era subito venuto in mente il grido di Mel Gibson in Braveheart: "Possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà".

Aveva pensato alla storia, ai tanti popoli che avevano combattuto aspre guerre per essere liberi, consapevole del fatto che la professoressa avrebbe sicuramente apprezzato dei riferimenti storici, dei collegamenti con un'altra materia di studio.

Alla fine aveva messo insieme le cose, aveva cercato di esprimerle nella forma più scorrevole, e aveva consegnato il tema. Non ricordava quale fosse stata la valutazione, ma di certo era stata alta, come sempre. Quello che ricordava, però, era che quel tema era stato uno dei più impersonali che avesse mai scritto. Si era nascosta dietro parole scritte da altri, dietro a pensieri pensati da altri; aveva evitato, seppure in modo elegante, in modo tale che la professoressa non se ne accorgesse, di esprimere il suo proprio punto di vista, la sua propria opinione sulla libertà. Soprattutto, aveva evitato di spiegare a parole sue che cosa fosse. Non lo sapeva.

Poi, qualche anno dopo, si era ritrovata ancora a pensare a questa Libertà, a questa parola dal significato oscuro ma che lei, in qualche modo, sentiva di dover capire.

Con l'età era cresciuta anche la sua irrequietezza, la sua insicurezza nei confronti della vita e del futuro. Tutto si era acuito durante le vacanze di Natale, senza un motivo preciso. Di solito l'atmosfera natalizia le metteva allegria, la faceva sognare, ma quell'anno, invece, le aveva fatto sentire dentro uno strano senso di malessere, di inquietudine. Aveva voglia di piangere senza sapere esattamente perchè, mille volte si era ripetuta: "Sono stanca". Stanca... Stanca di cosa? Non lo sapeva, stanca di tutto. Stanca della sua vita, stanca di essere un Nessuno, stanca di avere quella maledetta sensibilità che le creava mille problemi.

Dopo quelle vacanze di Natale aveva lasciato l'università. Anche quello le stava stretto, ormai. Anche quello non la soddisfaceva più. L'idea di Cultura, di Sapere, che l'università cercava di trasmettere non aveva niente a che vedere con quella che era la sua idea. Un solo professore l'aveva pensata come lei, dicendo ai ragazzi, un giorno, una bella frase: "La Cultura è quella cosa che vi rimane quando vi siete dimenticati tutti i libri che avete letto". Sì, era quella la Cultura che Francesca cercava: quando si finiva di leggere un libro, secondo lei, non lo si sapeva ripetere a memoria, ma i concetti, gli insegnamenti in esso contenuti, sarebbero rimasti dentro la propria anima per tutta la vita. Ma tutti gli altri professori universitari che aveva conosciuto le avevano richiesto tutt'altro: nozioni stupidamente e inutilmente ripetute a memoria, senza neppure che venissero rielaborate, analizzate, comprese davvero. E lei aveva detto basta. Non voleva studiare così, si sentiva intrappolata in un sistema che non apprezzava e non accettava. E riflettendo sull'università e sulla Cultura, si era resa conto di non essere libera. Non era libera di imparare e di studiare come avrebbe voluto e come sarebbe stato più giusto.

Fu allora, lasciando l'università e prendendo coscienza di quello che era il suo concetto di Cultura, che cominciò anche a capire cosa fosse la Libertà che andava cercando. Aveva pensato che la Libertà corrispondesse al denaro, per un certo periodo. Non per qualche concezione materialistica, ma soltanto perchè riteneva che se fosse stata ricca e avesse potuto vivere di rendita, avrebbe potuto essere libera di passare le sue giornate studiando da autodidatta, divorando quei libri che amava e formandosi il tipo di cultura a cui lei aspirava. Quando pensava a questo, si rendeva conto di quanto sarebbe stata felice vivendo così. E le fu chiaro che la Libertà corrispondeva alla Felicità. Il concetto di Libertà, finalmente, cominciava a chiarirsi almeno un po', nella sua mente.

Ma Francesca non era ricca e così, lasciata l'università, trovò un lavoro come commessa in un negozio di articoli per belle arti. La sera , quando tornava a casa, era così stanca che l'ultima cosa di cui aveva voglia era prendere in mano un libro. O meglio, la voglia l'aveva, ma non la freschezza mentale e psicologica necessaria per apprezzarlo e capirlo davvero. E ricadde nel baratro di sempre. L'inquietudine. La malinconia. La voglia di piangere e urlare. E quel sentirsi rinchiusa, nervosa e agitata come una tigre in gabbia.

Poi si era innamorata di un ragazzo in gamba, che l'aveva ricambiata con dolcezza e tenerezza. Era stata felice con lui, ma era finita dopo sei mesi. Quando lei gli aveva detto di sentirsi soffocare con lui sempre al suo fianco. "Non mi sento libera", gli aveva detto, sorprendendosi del fatto che di nuovo si fosse ritrovata a tu per tu con quell'aggettivo.

Quando se lo era potuto permettere, era partita per Londra insieme a un'amica. Erano rimaste là per tre mesi, durante l'estate, frequentando dei corsi per imparare la lingua inglese. Francesca era partita piena di speranze, convinta di sfuggire alla vita di sempre e di assaporare finalmente la vera libertà.

Ma dopo tre mesi era tornata a casa, quasi più annoiata di prima, e la tristezza era ricominciata.



Una piovosa sera di novembre, un uomo anziano ma ancora pieno di energia e dal sorriso sincero entrò nel negozio dove Francesca lavorava. Le chiese dei pennelli e dei colori a tempera. Mentre gli mostrava i vari articoli, lei capì subito che quel vecchietto se ne intendeva. Lui, confermando le sue impressioni, le disse di aver cominciato a dipingere da bambino e di non aver più smesso. Francesca, all'improvviso, si ricordò di quando era bambina, di quando anche lei disegnava. Le piaceva, lo faceva sempre, poi si era fermata. Chissà perchè, si chiese adesso. Era buffo: aveva smesso da un giorno all'altro, senza nemmeno pensarci, e negli anni seguenti si era limitata a disegnare quello che i professori, a scuola, le imponevano.

- Lei quale marca mi consiglia? - chiese l'uomo, indeciso tra tre diversi tipi di colori a tempera.

Francesca ne indicò uno.

- Dicono che questo sia il migliore - disse.

Il vecchietto la guardò un po' perplesso.

- "Dicono"? - ripetè. - Lei non dipinge?

Lei si sentì inspiegabilmente imbarazzata, come se si vergognasse di rispondere.

- No... - mormorò. - Sono solo una commessa, ma mi hanno istruito bene su quello che vendo.

- Strano... - sussurrò l'uomo. - Non so perchè, ma ero convinto che lei dipingesse, o disegnasse...

- Lo facevo, una volta - rivelò Francesca senza riuscire a trattenersi.

- E perchè ha smesso?

- Perchè...A dire la verità, non lo so. Sono cresciuta, gli impegni sono diventati tanti...

Lui le sorrise gentilmente e le disse, con finta aria di rimprovero:

- Male, molto male. Quando si ha creatività, propensione per l'arte, qualunque essa sia, non bisogna mai rinunciarvi. E' un modo per esprimere se stessi, i propri sogni, i propri desideri.

Comprò tre pennelli e i colori che Francesca gli aveva consigliato, la salutò e se ne andò nella pioggia.

Quella sera, prima di tornare a casa, la ragazza prese dal negozio un album da disegno e delle matite colorate, guardò i prezzi, tolse dal portafoglio i soldi necessari per acquistarli e li depositò nella cassa.

Arrivò a casa e, mentre aspettava che sua madre preparasse la cena, vide se stessa osservare per un istante il foglio bianco che aveva davanti, prendere una matita azzurra e cominciare a colorare. Quando ebbe finito, i suoi occhi si ritrovarono ad osservare il disegno che aveva appena realizzato. Il foglio era diviso orizzontalmente in due parti. Sopra, il cielo, con dei piccoli segni neri a simboleggiare gli uccelli e sotto, il mare, con delle righe tremolanti per rappresentare le onde. Il cielo l'aveva colorato con una matita azzurra; il mare con una matita blu scuro. Sussultò, riconoscendo lo stesso disegno di tanti anni prima, quando, per la prima volta, l'avevano spinta a pensare alla libertà.

Ricordò le parole del vecchio: "La creatività è un modo per esprimere se stessi, i propri sogni, i propri desideri". Qual era il suo sogno, il suo desiderio più grande? "Essere libera", sussurrò fissando il foglio colorato. E allora possibile...possibile che quella Libertà che aveva tanto cercato e di cui per tanto tempo si era sforzata di trovare una definizione si trovasse nell'arte, nel disegno, nella pittura?

Francesca prese l'abitudine di disegnare ogni sera, tornata dal lavoro. A volte era molto stanca, ma la prendeva una strana frenesia che la spingeva ad afferrare una matita. Disegnava paesaggi, persone, animali. E, mentre lo faceva, provava dentro emozioni mai provate prima e, analizzandole, capì che erano sensazioni di benessere, soddisfazione e, adesso sì, era in grado di dirlo, sensazioni di Libertà.

Poi cominciò a lavorare su tela, con tempere e acquerelli, e il proprietario del negozio dove lavorava, quando li vide, rimase così entusiasta da invitarla ad esporre in vetrina e in negozio alcuni suoi lavori.

Un giorno, quelle opere catturarono l'attenzione di un critico d'arte e da allora la vita di Francesca non è più stata la stessa.



Oggi, infatti, è una pittrice famosa. Ricca. E soprattutto libera. Libera di vivere la sua vita, come aveva sempre voluto fare. Libera di passare le sue giornate dipingendo e studiando da autodidatta, formandosi il tipo di Cultura a cui aspirava anni fa e che le ha permesso di entrare nei circoli intellettuali più noti del Paese. Libera di amare suo marito senza sentirsi in gabbia come le era successo anni prima con un'altra persona.

Oggi Francesca sa cos'è la Libertà, ma se glielo chiederete, non vi risponderà a parole. Si metterà a dipingere e, se la guarderete incuriositi, vi sussurrerà: "La Libertà è quello che sto provando in questo momento."

Non ha mai più rivisto quel vecchio, ma lo ha sempre considerato il suo "Angelo di Libertà".








Il mio primo racconto: "Inferno, Purgatorio o Paradiso?"

Inferno, Purgatorio o Paradiso?
(1993)


Quel giorno, come tutti i giorni, il Guardiano del Mondo dell'Aldilà sfogliava il suo registro. Si chiamava Deucalione ed era una strana creatura. Sembrava un angelo, vestito di bianco, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Ma le ali erano grandi e nere, simili a quelle di un pipistrello; tra i riccioli biondi c'erano due piccole corna e nella parte posteriore, sotto le ali, c'era una sottile coda rossa. Insomma, era un incrocio tra un angelo e un diavolo. Forse perchè l'Aldilà comprendeva sia l'Inferno, con i Diavoli, sia il Paradiso, con gli Angeli.

"Bene, ci sono nuovi arrivi" commentò Deucalione.

Quella, notte, infatti, erano arrivati tre uomini, o meglio, tre spiriti: un parrucchiere, un insegnante ed un ballerino. Il parrucchiere aveva 35 anni. Il giorno della morte aveva ricevuto la visita di un amico. Forse un assassinio? Può darsi. Sul registro c'era scritto che i fatti si erano svolti così. Quel pomeriggio, verso le tre, il parrucchiere, Gerolamo, aveva ricevuto la visita di un suo amico. Mentre se ne stava lì, sorseggiando un bicchiere di whisky, raccontò una barzelletta. Si trattava di una commessa che consigliava un signore che doveva comprare un libro: "Prenda questo, è molto bello anche se un po' pesante." "Beh.... non è un problema" ribatteva il signore "fuori ho l'auto!". Non era un granchè come barzelletta, ma Gerolamo aveva cominciato a ridere e, secondo alcuni testimoni, aveva continuato fino alle undici di sera, quando era morto sfinito. Questa era la storia del parrucchiere.

L'insegnante aveva 43 anni, si chiamava Achille ed insegnava in una scuola elementare. Era morto cambiando una lampadina. Fulminato? No. Era salito sul tavolo, alto 99,9 cm esatti. Aveva cambiato la lampadina, si era girato per scendere ed era saltato. Ma qualcosa non aveva funzionato. Era caduto male ed era morto sul colpo.

"Quante cose strane si leggono su questo registro" commentava intanto Deucalione. Ma il ballerino Venanzio, 25 anni, era morto normalmente: un incidente col motorino.

Deucalione si alzò, chiuse il registro, uscì dalla stanza e si trovò davanti i tre individui. Il primo, Gerolamo, aveva in mano due parrucchini che continuava a mettere e togliere. Quando si fermava, prendeva il pettine, si pettinava i due capelli che aveva in testa, si guardava in uno specchietto, bagnava i due capelli con una salviettina umida, li asciugava con un mini-phon, si guardava nello specchio, si metteva un po' di gel, si guardava di nuovo e ricominciava a mettere e togliere i parrucchini.

Il secondo, Achille, doveva essere un insegnante di geografia, perchè aveva tra le mani un grosso mappamondo gonfiabile e, girandolo e rigirandolo, scandiva ad alta voce nomi di nazioni, città, fiumi, monti, laghi e tutto ciò che poteva riguardare la geografia.

Il terzo, Venanzio, indossava un largo tutù rosa sgargiante con calzamaglia nera e, quando camminava, camminava in punta di piedi, cosicchè provocava un fastidioso ticchettio.

Deucalione rimase a bocca aperta quando vide i tre individui. Di tipi strani nell'Aldilà ne aveva visti molti, ma strani come quelli, mai. Dopo un attimo di stupore si fece coraggio:

"Ehm..... scusate...  io sono Deucalione, il Guardiano del Mondo dell'Aldilà. Vi do il benvenuto e vorrei conoscervi meglio."

A prendere la parola per primo fu il ballerino: "Io sono nato a Roma, ho cominciato a studiare ballo giovanissimo e mi sono esibito anche alla Scala di Milano e al Bolscioi di Mosca. Ero sempre applaudito calorosamente e giornali e riviste parlavano continuamente di me".

Deucalione, da sempre accanito lettore, sgranò gli occhi: non aveva mai sentito parlare di quel tizio. Preferì non commentare e si rivolse al parrucchiere: "E Lei, signore?".

"Io sono nato a Milano e ho pettinato grandi star del cinema e della televisione. Non mi chieda di citare qualche esempio perchè sono così tante che non me ne ricordo neanche una."

Deucalione alzò gli occhi al cielo e interpellò l'insegnante, che aveva continuato a nominare monti, città, ecc. "E di Lei cosa mi dice?".

"Danubio, Monte Bianco, Salisburgo....".

"E di Lei cosa mi dice?" riprese Deucalione, alzando il tono di voce.

"Inn, Monviso, Helsinki....".

Deucalione si arrabbiò così tanto che le parole gli uscirono dalla bocca in modo piuttosto strano: "Cosa di dice e mi Lei?"

L'uomo si svegliò di colpo e cominciò a parlare come una mitragliatrice: "Anch'io sono nato in Italia, e precisamente a Venezia. Ah, Venezia.! Che grande città! Lei deve sapere che sorge su 118 isolette, a 4 km dalla terraferma. 160 canali intersecano la città e formano numerose calli, che si allargano in campi e campielli....".

Deucalione sopportò ancora per qualche minuto, poi si allontanò lentamente, lasciando l'insegnante alle sue noiosissime lezioni. Gli altri due individui non tardarono ad imitarlo.



Il giorno dopo i tre uomini si ritrovarono da soli nella stessa sala del giorno precedente.

Deucalione, gli Angeli e i Diavoli, capitanati rispettivamente da San Pietro e da Satana, si erano riuniti per decidere la sorte dei tre. Questi ultimi, intanto, erano molto preoccupati e continuavano a ripetersi mentalmente: "Inferno, Purgatorio o Paradiso?", tranne l'insegnante, nella cui mente si poteva leggere un altro pensiero: "Reno, Everest, Pechino....".

"Io", stava dicendo intanto Deucalione. "mi sono fatto una mia opinione su quei tre".

"Cioè?" chiesero in coro i presenti.

"Sono pazzi."

"Questo lo sapevamo anche noi" sbuffò Satana.

"Una cosa è certa. Nel mio Inferno ci sono i cattivi e i delinquenti, ma i matti no; e non li voglio nemmeno. Diavoli, siete tutti d'accordo?".

"Sì!".

Deucalione si rivolse allora a San Pietro:

"E tu che ne pensi?".

"Secondo me, il Paradiso non è adatto per loro e non sono degni neanche del Purgatorio. Angeli, siete tutti d'accordo?".

"Sì!" risposero tutti, tranne uno dall'aria più sveglia degli altri.

"Scusate, non ho capito la domanda...."

"Ho chiesto se siete tutti d'accordo sul non accettare in Paradiso quei tre".

"Scusate, non ho capito.... Chi sono quei tre? Di chi parlate?".

"Siamo tutti d'accordo" tagliò corto San Pietro.

"Bene, ma allora che ne facciamo di loro?" chiese un Diavolo.

"Amici, temo proprio che non ci sia nient'altro da fare che.." annunciò Deucalione.



Un quarto d'ora dopo si presentò di fronte ai tre.

"Ascoltatemi attentamente. Abbiamo deciso che non potete stare nè in Purgatorio, nè in Paradiso, nè all'Inferno. Perciò...".

Essi rimasero col fiato sospeso: "Perciò?".

"Perciò dobbiamo rispedirvi sulla Terra".

I tre uomini si misero ad urlare e a saltare dalla gioia.

"Sappiate però" riprese Deucalione "che non potrete mai più tornare indietro, sarete immortali. Sembra una cosa bella, ma nella vita di ogni immortale viene il momento in cui desidera porre fine alla propria esistenza. Ricordatevelo.".

I tre ascoltarono in silenzio, mentre Deucalione terminava il suo discorso.

"Ora andate a dormire. Domattina vi sveglierete a casa vostra. Addio".

E si allontanò lentamente, malinconicamente, come una creatura stanca di vivere, ma costretta a farlo per sempre.