sabato 22 ottobre 2011

Quel giorno...




Oggi sole, cielo azzurro. Come quel giorno.
Ho cercato quel cd, l’ho inserito nel lettore, ho cercato quella canzone, ho schiacciato “play”.
Mi sono seduta a tavola, dopo pranzo, guardando fuori dalla finestra. Come quel giorno.
Tu non eri seduto di fronte a me, come quel giorno. Anche se per motivi diversi.
Sono rimasta lì seduta a guardare fuori, ascoltando la prima strofa, il ritornello. Come quel giorno. Solo che stavolta non avevo un bicchiere da torturare.
Poi mi sono alzata. Come quel giorno.
Sono andata a sedermi sul divano. Come quel giorno.
Sono rimasta lì a fissare davanti a me, verso le tende. Come quel giorno.
Ho sentito il tuo sguardo su di me, poi la tua mano che mi accarezzava una guancia, poi ancora la tua voce bassa, tentennante, imbarazzata: “Perché se ti accarezzo mi lasci fare?”
Ti ho rivisto mentre ti sporgevi davanti a me, mentre ti avvicinavi, coprendomi la visuale delle tende, costringendomi a guardare altro. Te. Finalmente.
Ho risentito le tue labbra, quel primo, indimenticabile bacio che nel silenzio ti stavo chiedendo dal momento in cui mi ero seduta accanto a te.
E, a differenza di quel giorno, ho cominciato a piangere, mentre ti risentivo tremare e sussurrare: “Grazie”.

Giusto ieri mi è venuta in mente quella canzone di Biagio Antonacci che dice “Da qui cominciano i ricordi” e avevo la sensazione che fosse adatta a me… ma dopo oggi… io non voglio che comincino i ricordi. Io voglio vivere con te altri momenti, altre occasioni, altre esperienze, che un giorno potremo ricordare insieme. Voglio rivivere “quel giorno”, voglio riviverlo ogni momento che ti sono accanto. Ma per farlo ho bisogno di quello stesso uomo. C’è ancora? Dimmi che c’è ancora, ti prego… La mia volontà da sola non basta per rivivere quel giorno…

Voglio ritrovarmi ancora nuda tra le tue braccia, in piedi su quel tappeto, alla luce fioca di quella lampada, quando ormai il sole se n’era andato, e sentirti dire: “Dai, rivestiti, fai la brava, fammi mantenere la promessa di non violentarti”.
Voglio abbandonarmi ancora contro il sedile della tua auto dicendomi quanto è bella Milano col buio, e restare senza fiato quando all’improvviso ti sento dire: “Guarda che io mi sono innamorato di te, non è che voglio stare con te solo perché sei bella”.
Voglio risponderti ancora “no” quando mi chiedi “Pensi di aver fatto una cazzata, oggi?”
Voglio sognare ancora un futuro insieme, con nel cuore la leggerezza di chi custodisce una speranza appena nata ma a cui vuole credere fermamente.
Voglio amarti ed essere amata ancora.
Come quel giorno.

Dimmi che tutto questo è possibile, ti prego…




venerdì 14 ottobre 2011

I giorni del sogno (2001)




Perchè faceva così male pensare a lui? Perchè poteva ricordare gli altri ragazzi che aveva amato con tranquillità, o al massimo con un po' di malinconia, mentre quando pensava ad Andrea le sembrava di impazzire, si sentiva soffocare, voleva uscire a cercarlo?
Erano queste domande che Valentina si poneva seduta su una panchina, aspettando l'autobus che l'avrebbe riportata a casa dopo quella lunga giornata universitaria.
Sedeva lì, in solitudine, lanciando di tanto in tanto un'occhiata a dei bambini che giocavano lì vicino. Quanto le sarebbe piaciuto avere ancora la loro età, la loro ingenuità, la loro spensieratezza!...
Si diceva di non essere stupida, Valentina, quando pensava ad Andrea. Cercava di convincersi che quello che provava era solo il ricordo dei suoi magici "giorni del sogno", del suo sogno di ragazzina, del suo sogno dei 16 anni. Ma non riusciva a credere che un ricordo, per quanto forte, o un sogno adolescenziale, per quanto grande, potesse durare così a lungo, e potesse continuare a fare così male.
"Allora perchè mi sento così quando penso a te, Andrea?" si ripeteva per l'ennesima volta quel giorno, seduta su quella panchina.
"Forse," si rispondeva a volte. "sto male perchè VOGLIO stare male, pensando a te, pensando a un ragazzo, per riempire il vuoto che c'è nella mia vita. Ma allora perchè non scegliere Mauro, lui così vicino, lui che vedo quasi tutti i giorni, lui che mi ha confessato di sentirsi attratto da me?".
No, lo sapeva bene, non poteva prendersi in giro: la verità era che in vent'anni l'unico che avesse  mai voluto veramente era stato Andrea. E forse non aveva mai smesso di volerlo.
Pensava che se lui l'avesse trattata male, quattro anni prima, se le avesse detto in faccia che di lei non gli importava niente, forse l'avrebbe dimenticato. E invece tanti suoi atteggiamenti non li aveva mai capiti. Tante cose le avevano fatto pensare di non essergli del tutto indifferente.
Ricordava quel giorno al liceo, in autogestione, quando era seduta con le sue compagne per terra, in fondo all'aula. Alla sua sinistra, in piedi, c'era Andrea, insieme al suo migliore amico. E lei si sentiva così strana già allora, già allora che non sapeva nemmeno il suo nome. Perchè era così nervosa, agitata, imbarazzata? Perchè di tanto in tanto dei brividi le scendevano lungo la schiena? E soprattutto, perchè il suo sguardo, fin dai primi giorni di scuola,  trovava quel misterioso ragazzo ovunque, anche in mezzo alla folla? Era strano, inspiegabile. Non lo pensava, non lo cercava, eppure se era lì intorno lo vedeva subito, come se lo "sentisse".
Andrea e Valentina si erano conosciuti proprio durante quell'autogestione. Una compagna di Valentina conosceva l'amico di Andrea, e così, nell'atrio della scuola, si erano fermati a scambiare quattro chiacchiere. Valentina lo ricordava come fosse ieri: Andrea le aveva sorriso dolcemente, e si era presentato:
"Ciao, io sono Andrea".
Il giorno dopo, Valentina e alcune sue compagne stavano ascoltando un'accesa discussione sulla pena di morte tenuta sempre nell'ambito dell'autogestione, quando, improvvisamente, era entrato Lui, in pantaloni neri e camicia bianca, e con quegli splendidi occhi verdi. Le si era seduto vicino, mentre il suo cuore batteva all'impazzata, l'aveva salutata e poi, sottovoce, col suo viso vicinissimo a quello di lei, le aveva chiesto:
"Queste ragazze sono amiche tue? Come si chiamano?".
Lei glielo aveva detto, e aveva notato che la sua attenzione si era soffermata su Silvia.
Mesi dopo, Andrea era venuto a sapere da un'amica di Valentina quello che la ragazza provava per lui. Allora le aveva telefonato, e si erano incontrati in un bar.
"Mi piacerebbe che diventassimo amici", le aveva detto.
Quel giorno, Andrea aveva parlato ancora di Silvia.
"Ho visto Silvia l'altro giorno", disse sorseggiando la sua birra.
Valentina, a quel punto, provò una forte fitta di gelosia.
"Ma lo sai che adesso va via?" gli disse subito, con cattiveria. "Si trasferisce a Londra con la famiglia".
Ma lui lo sapeva già.
Era in momenti come quelli che Andrea la infastidiva. Da un'amica, Miriam, aveva saputo che girava voce che Andrea avesse avuto moltissime ragazze, ma non fosse mai stato davvero innamorato di nessuna, e che si divertisse a prendere in giro la gente. Quando Miriam aveva saputo ciò che Valentina provava per Andrea, con tono da funerale e da compatimento, le aveva detto:
"Sei innamorata di lui? Dio, come mi dispiace!..."
Ma Miriam aveva mentito, aveva mentito più volte. Le aveva raccontato mille cattiverie su Andrea, l'aveva trasformato in un ragazzo maleducato, irrispettoso di tutto e di tutti.
Troppo tardi Valentina aveva capito che erano tutte bugie. O almeno, era quasi del tutto certa che fossero tutte bugie. Perchè nei suoi confronti Andrea era sempre stato correttissimo e gentile, lo doveva ammettere. Eppure, convinta che le bugie non facessero parte dell'amicizia, Valentina a Miriam aveva sempre creduto.Tanto da arrivare a considerare Andrea negativamente, tanto da arrivare a vedere in lui tutti i difetti che ci vedeva Miriam.
Oggi Valentina si chiedeva perchè Miriam avesse fatto una cosa del genere, e non trovava una risposta. Non era gelosia: Miriam aveva un ragazzo che adorava. E allora? 
Un giorno aveva affrontato l'amica apertamente:
"Hai qualcosa contro Andrea?".
"Contro Andrea?" aveva risposto Miriam con sorpresa (forse finta sorpresa). "Assolutamente no! Perchè dovrei?".
E Valentina non aveva avuto il coraggio di accusarla di averle mentito.
Eppure adesso Valentina credeva che Andrea fosse una persona a posto. All'università aveva conosciuto Stefano, un vecchio amico del ragazzo.
"E' da tanto che non vedo Andrea", le aveva detto. "Però ti posso assicurare che era un ragazzo buono e gentile".
"E anche un gran playboy, a quanto ho sentito dire", aveva insinuato lei.
Stefano era scoppiato a ridere.
"Ma quella vecchia storia si può sapere da dove è saltata fuori?", aveva commentato. "Andrea è sempre stato timido e impacciato davanti a una ragazza, anche se cercava di non darlo a vedere! Quante ragazze credi possa aver conquistato scappando appena le vedeva? E poi, guarda che Andrea era un ragazzo serio, non si sarebbe mai permesso di prendere in giro la gente".
Effettivamente, Valentina aveva ripensato al giorno del loro incontro in quel bar, dopo il quale non si erano più visti nè sentiti. Ricordava Andrea che le presentava quel suo amico, mentre le diceva imbarazzato, senza sapere dove guardare:
"Ho preferito non vederci da soli..."
"Perchè, avevi paura che ti sbranassi?", aveva pensato in quel momento con rabbia.
A volte Valentina si chiedeva se avrebbe potuto giocarsi le sue carte in modo diverso.
"Chissà se, agendo in altro modo, avrei potuto averlo, e adesso non essere qui a soffrire", si diceva.
Se lo ripeteva anche quel giorno, seduta su quella panchina.
"Dove sei, Andrea?" si chiese osservando una bambina che piangeva perchè un amichetto le aveva rubato la palla. "Ho bisogno di rivederti, di incrociare di nuovo il tuo sguardo, anche se solo per pochi istanti, di dirti anche un solo, semplice ciao.
Sono passati quattro anni dal giorno del nostro primo e ultimo appuntamento (se appuntamento si può chiamare), sono cambiate e successe tante cose, sono cambiata io, fisicamente e psicologicamente. Ne ho passate tante, ma non ti ho mai dimenticato, anche se non capisco come sia possibile.
Mi piace pensare che domani mi sveglierò e sarà un giorno nuovo, mi piace pensare che tale giorno vedrà un nostro incontro. Mi piace pensare che ti incontrerò per i corridoi dell'università, o in giro per le strade del paese.
Mi piace pensare a un sorriso, a un saluto, a una breve chiacchierata, alla voglia da parte di entrambi di conoscersi meglio, di riempire il vuoto di questi quattro anni di attesa.
Ma questi sono soltanto sogni, lo so perfettamente. E adesso che ho vent'anni i sogni, Andrea, non mi bastano più".
L'autobus si fermò davanti a lei. Le porte si aprirono e lei pensò che sarebbe stato bello salire e trovare Andrea lì seduto. Ma la vita non era un film, e Valentina sapeva perfettamente che Andrea, su quell'autobus, non ci sarebbe stato.



giovedì 13 ottobre 2011

Al cielo (2001)





Sei lassù, lo so. Lo so perchè sono credente, e quindi credo nell'esistenza del Cielo. Ma anche se non fossi credente, saprei che tu sei lassù, perchè il Cielo è una cosa bella e merita di averti tra le sue stelle. Eppure a volte è così difficile parlarti, sentirti... Sembri lontano anni luce. A volte mi sento sola, abbandonata, priva di quella forza che sei solito darmi con la tua presenza silenziosa, con il tuo ricordo. A volte la vita mi sembra così grigia e triste, e la tua mano così lontana e inafferrabile...
Sono solo momenti. Poi torno a sentirti, anche più forte di prima, torno a sforzarmi di guardare il mondo con atteggiamento positivo, con curiosità, come facevi tu. Torno a cercare e scovare la bellezza anche nelle più piccole cose, a rimanerne scossa e affascinata, a sentire il tuo cuore che batte col mio, la tua emozione che si unisce alla mia, di fronte a un'opera d'arte, o a una meraviglia della natura. Senza di te, mai avrei imparato a guardarmi intorno, a scoprire la bellezza nelle cose quotidiane, anche in quelle apparentemente più banali e insignificanti.
Sei stato il mio Maestro. E lo sei ancora oggi, giorno dopo giorno. La cosa buffa è che non ti ho mai conosciuto.

E' così.
Non ci siamo mai incontrati. I nostri sguardi non si sono mai incrociati. Non ci siamo mai stretti la mano. Non ci siamo mai guardati in faccia. Non ci siamo mai sorrisi. E non sai quanto l'avrei voluto, ricevere uno dei tuoi sorrisi. E invece no, abbiamo vissuto due vite separate, distanti, senza nessuna possibilità che le nostre strade si incrociassero. Vite troppo diverse, le nostre. Ma così simili le nostre anime...
No, non ti ho mai conosciuto, ma ho sentito parlare di te dalle persone che ti sono state più vicine durante la tua vita e ho così scoperto un uomo meraviglioso, con una personalità complessa ma splendida. Un uomo con tanta gioia e voglia di vivere, con un amore smisurato per l'arte e la bellezza, sempre ottimista, sempre sorridente, anche nei momenti più duri. Così solare, pieno di energia, così semplice e riservato. In qualche modo mi innamorai della tua personalità, dei tuoi molteplici interessi, della tua grande curiosità, del tuo temperamento vulcanico, e oggi mi sembra di averti sempre conosciuto, di averti sempre avuto vicino, per tutta la mia vita.
Sembra folle, lo so. Ed è ancora più folle il ricordo del giorno della tua morte. Non eri mai stato niente per me, solo un nome. Un nome a cui non associavo nemmeno una fisionomia. Eppure, quel giorno, la notizia che te n'eri andato mi sconvolse. Ricordo ancora l'improvviso, incomprensibile battito del mio cuore, il mio sussurro istintivo e inspiegabile: "Non è vero, mio Dio, non è vero. Non è possibile". Fu come se mi avessero annunciato l'improvvisa morte del mio migliore amico. Cosa significa? Com'è possibile? Sono pazza? O forse talvolta nella vita accadono fatti simili, fatti strani?
Non so chi ti abbia fatto diventare parte integrante della mia esistenza, ma so che oggi ringrazio Dio che sia successo.

"Non si può morire in modo diverso da come si è vissuti".
Mi è capitato di leggerlo oggi, in un libro. Non è assolutamente vero. Tu sei morto in un modo troppo assurdo, troppo diverso da come avevi sempre vissuto. Non meritavi di morire così, ma ormai è inutile pensarci, e mi chiedo perchè lo stia facendo. Mi chiedo perchè continui a pensare a te, come mai il mio pensiero corra continuamente a te. Ci sono momenti in cui credo che gli angeli esistano e tu sia il mio, ma mi vergogno anche solo a pensarlo, perchè tutti mi direbbero che sono matta, se conoscessero queste mie riflessioni.
Così come so che in moltissimi mi direbbero che sono matta perchè Leopardi mi affascina. Lo stavo leggendo ieri sera. I suoi pensieri sono fantastici e ci sono stati momenti in cui ti ho visto davanti a me, nelle parole del poeta. Per esempio: "(...) io voglio parlare di quella (sensibilità) intima e spontanea, modestissima anzi ritrosa, pura dolcissima sublimissima, soprumana e fanciullesca, madre di gran diletti e di grandi affanni, cara e dolorosa come l'amore, ineffabile inesplicabile, donata dalla natura a pochi, ne' quali dove non sia viziata e corrotta, dove non sia malmenata e soppressata e pesta, tenerissima com'ella è, dove non sia soffocata e sterminata, dove in somma vinca pienamente i fierissimi e gagliardissimi nemici che la contrariano, (...) produce cose che durano, certo son degne di durare nella memoria degli uomini".
La sensibilità. Quell'elemento che tante volte ti ha impedito, e mi ha impedito, di essere capito dagli altri. Mi sono chiesta infatti se in Leopardi non ci sia un po' di noi. Sì, di NOI, perchè più vado avanti e più mi sento simile a te, anche se tu avevi un modo diverso di affrontare la vita e quello che ti offriva. Io non riesco ancora ad imitarti, in questo.
A volte mi viene da piangere, sai, se penso che non ci sei più e quello che mi sono persa non conoscendoti. Ci sono momenti in cui credo che saremmo stati grandi amici e che ci saremmo capiti al volo. E se fossi qui, adesso, potrei piangere sulla tua spalla, sfogarmi tra le tue braccia, parlarti di quello che sto passando, del mio amore finito, della confusione che regna nella mia mente e nella mia vita. Lo farò comunque. Piangerò, mi sfogherò, ti chiederò aiuto. E ho l'impressione che tu mi sentirai e sarai pronto a consigliarmi, perchè, anche se non so come sia possibile, sento che mi conosci, che sai chi sono, vedi quello che mi sta succedendo.
Dicano pure che sono matta, io so che non è così, e non mi faccio problemi. Stammi vicino, ti prego. Ho bisogno della tua forza d'animo, del tuo amore per la vita.

Ho letto una poesia di Ernesto Olivero.
"La tua luce mi ha cercato nel buio dei miei dubbi.
Mentre me ne stavo tranquillo mi hai cercato, abbagliandomi,
Ed io ti ho seguito".
Chissà, forse è andata così. Prima di conoscerti, non avevo capito davvero la bellezza e l'importanza della vita. Morendo, è stato come se tu, per qualche motivo che non posso capire, fossi venuto a cercarmi e con la notizia della tua morte mi avessi dato una bella scossa, come per dirmi: "Seguimi, e capirai quanto è bella ed importante la vita".
Chissà se è andata davvero così... E se anche fosse, se anche avessi voluto davvero parlarmi, dirmi qualcosa, perchè hai scelto proprio ME?

Oggi è il terzo anniversario della tua morte. Volevo andare in Chiesa per parlare con te, mi sembrava di doverti dire tante cose, ma una volta lì, davanti all'altare, non ho più trovato le parole. Alla fine, sono riuscita solamente a dire una semplice frase: "Ti voglio bene". Fino ad oggi avevo avuto paura a dirla, perchè non si può voler bene a una persona mai conosciuta. Ma il mio pianto di questa mattina all'alba pensando a te mi ha convinta della realtà. Dunque ti voglio bene, anche se non so come sia possibile. E queste tre parole riassumono tutto quello che ti vorrei dire.
Ho acceso una candela. E' vero, è solo una piccola, misera candela, che tra qualche giorno sarà solo cera fusa. Ma io voglio credere fermamente che quella candela accesa oggi sia come te: quella luce, come il tuo genio, il tuo ricordo, la tua vivace personalità, non si spegnerà mai. La tua stella non morirà mai. Continuerà a brillare sopra di me, illuminando la mia strada.

Ho visto tua figlia. E mi ha sconvolta. Ha solo tredici anni, ma negli ultimi tre è cambiata tanto. Da quando tu te ne sei andato. Era vestita e truccata come una ventenne, ma quell'espressione, quegli occhi tristi, mostrano che non ne è felice. Perchè la tua ex moglie si comporta così? Perchè dopo la tua morte ha cambiato tutto, compresa la figlia che tu amavi tanto? Quella ragazzina era la tua principessa, ma una principessa bambina, non una truccata e ingioiellata come quella che ho visto io! Spero che lei, però, riesca a tenere duro. Spero che, nonostante la sua giovane età, abbia abbastanza forza di carattere da non lasciarsi traviare e manipolare dalla madre.
Sii te stessa, piccola, non sprecare la tua giovinezza nel corrotto mondo della moda, dell'ipocrisia, dell'apparenza. Cancella la tristezza dal tuo sguardo, trova la forza nella tua fragilità. E ricorda che papà è sempre con te. Te lo dice una che lo sente al suo fianco giorno dopo giorno, passo dopo passo. E non l'ha nemmeno conosciuto.

Questa storia ormai va avanti da anni. Sono qui a piangere un uomo che non conoscevo. E' assurdo, eppure... Dimmi: com'è possibile che esista un sentimento forte come l'amore, ma che non è amore? Perchè è questo che provo per te. Qualcuno parla di "affinità elettive". Chissà.
Sono stanca di questo dolore. Voglio uno dei tuoi famosi sorrisi solo per me, voglio sentire una tua risata, voglio sentirti scherzare e fare battute.
Voglio sentire la tua voce, quella voce che a volte si incrinava quando dovevi parlare davanti alla gente, perchè quell'innata timidezza non sei mai riuscito a celarla del tutto.
Voglio sentire la tua voce che mi chiama "tesoro" come facevi con gli altri. Voglio sentirla che si alza per litigare con me, perchè tra noi non sarebbe stato sempre rose e fiori, anzi. Due testoni non possono non scontrarsi, e tra tutti e due abbiamo una bella testa dura.
Sì, lo so, lo so che ogni giorno mi sei vicino e mi parli, anche senza bisogno di parole, ma Dio solo sa quanto in certi momenti vorrei sentire la tua voce.
Mi manchi, Gianni. Infinitamente.






mercoledì 12 ottobre 2011

Uno squallido gioco a tre





Prima che potessi rendermene conto, mi ritrovai così coinvolta in un pericolosissimo quanto squallido gioco “a tre”.

Ogni volta che succedeva qualcosa con Daniele, ogni volta che un suo comportamento mi deludeva, ogni volta che diceva una frase sbagliata, correvo tra le braccia di Paolo. Non lo amavo, non era l’uomo con cui avrei voluto vivere; semplicemente lo usavo come valvola di sfogo, come consolazione, o forse più semplicemente come un qualcosa che mi permetteva di non pensare ai difetti di Daniele o a quello che non funzionava tra noi.

Paolo, in qualche modo, mi dava quello che non mi dava Daniele, lo “compensava”. In alcuni momenti di pura follia, mi ritrovavo a pensare che avere Paolo come amante facesse bene alla mia storia con Daniele: quando ero giù per qualche difetto nella nostra storia, mi facevo confortare da Paolo e tornavo da Daniele più serena e rilassata, e pronta a sorvolare su quel difetto che mi aveva frustrata.

Al di fuori di questi momenti, appunto, di pura follia, la maggior parte delle volte mi sentivo meschina, e mi chiedevo come avessi fatto a finire così in basso. Proprio io, che mi ero sempre chiesta come si potesse concepire il tradimento, che avevo sempre sostenuto che un tradimento fosse il segnale ultimo di una relazione che non funzionava e che quindi non aveva più ragione di esistere. Avevo sempre affermato che se il mio compagno mi avesse messo le corna anche per una sola volta, per una “sbandata” occasionale, non l’avrei più voluto vedere. E invece adesso non solo ero io a tradire, ma anche in modo costante e continuativo. Mi facevo schifo.

E così, ogni volta che mi ritrovavo a riflettere su tutto questo, anziché decidere di troncare ogni rapporto con Paolo, finivo con l’impormi di smettere di pensare. Smettevo di pensare, quindi smettevo di farmi schifo, quindi ero pronta a tornare da Paolo.

I nostri incontri clandestini non erano regolari, anzi, talvolta non ci vedevamo né sentivamo per giorni, perché, quando con Daniele tutto andava bene, di Paolo quasi mi scordavo. Lui non mi cercava mai, al massimo ogni tanto mi mandava un sms colmo di tenerezza, ma rispettava ogni mia decisione, e gli avevo chiaramente spiegato che le regole erano quelle: ero io a gestire le fila del gioco, sarei andata a cercarlo solo quando lo avessi voluto. Lo consideravo una sorta di “tappabuchi”, e lui aveva deciso di accettarlo.

Ma Paolo non era solo questo; ben presto divenne anche una valvola di sfogo per quelle fantasie erotiche e sessuali che non avevo mai rivelato a Daniele. Se con Daniele facevo l’amore, con Paolo facevo sesso. Paolo mi insegnò a giocare col sesso, a trasgredire, a non mostrare solamente il lato da “brava ragazza” che mi caratterizzava quando ero con Daniele. Il fatto di non aver mai rivelato le mie fantasie al mio compagno non era dovuto ad imbarazzo, o al timore di essere giudicata male; più semplicemente, avevo la sensazione che Daniele non le avrebbe condivise, che avesse un concetto di “sesso” diverso dal mio. Con Paolo, invece, mi sentivo libera di fare qualsiasi cosa, e lo trovavo sempre entusiasta e pronto a seguirmi in qualsiasi gioco.

Un'attenta analisi



Seduta al tavolo della cucina, osservavo in silenzio il mio compagno, impegnato ai fornelli. Mi resi conto che lo stavo sottoponendo ad una sorta di radiografia e mi augurai che non se ne accorgesse, anche se sapevo che la sua sensibilità particolarissima lo portava ad accorgersi praticamente di tutto, specialmente di ciò che mi riguardava. Notava sempre i momenti in cui non ero di ottimo umore, così come quelli in cui mi “assentavo” perché i miei pensieri e la mia mente erano lontani anni luce dal luogo in cui mi trovavo; cosa che mi capitava piuttosto spesso, almeno dall’adolescenza, e che temevo sarebbe rimasta con me eternamente.

Mi sforzai di rendere il mio sguardo un po’ meno indagatore, ma continuai a scrutare Daniele. Mi piaceva, mi piaceva da morire. Mi piaceva da morire vederlo indaffarato in cucina e mi piaceva da morire il suo corpo.

Adoravo il suo sguardo da ragazzino vivace, anche se mi faceva impazzire quello serio che mi riservava nei momenti di discussione o di maggiore intimità.

Adoravo il suo sorriso praticamente eterno nei miei confronti, anche nei momenti in cui era stanco o irritato magari per il lavoro.

Adoravo le sue spalle larghe, adoravo il suo petto che tante volte mi faceva da cuscino, adoravo le sue braccia forti tra le quali spesso mi addormentavo, adoravo le sue mani che sapevano portarmi in paradiso già soltanto con una leggera carezza su una guancia.

Adoravo il suo fondoschiena e le sue cosce che riempivano perfettamente i jeans, adoravo il suo modo di camminare, di muoversi, di fare i gesti più comuni come aprire una finestra o versarsi da bere.

Insomma, non so se si è capito, ma adoravo tutto di lui.

Allora perché quella maledetta sera, ad una settimana dal mio tuffo nel passato, stavo pensando a Paolo?

martedì 11 ottobre 2011

"I will always love you"




Il fotografo le prese una mano, tentando un’ultima mossa disperata.
- Io non voglio che finisca, Trisha! - dichiarò.
Lei lo guardò con calma, senza smettere di sorridere.
- Finirà, invece - commentò, e Paul capì che era il momento di arrendersi e di dirle addio.
- Noi non abbiamo mai avuto una canzone... - disse lei distrattamente dopo un attimo di silenzio. - Adesso, me ne viene in mente una. "I will always love you".
- Whitney Houston. Il film con Kevin Kostner.
- Già. Dice quello che vorrei dirti io in questo momento. “Spero che la vita ti tratti bene e spero che tu possa avere tutto ciò che sognavi. Ti auguro gioia e felicità, ma al di sopra di tutto questo, ti auguro di avere amore”.
- “E io ti amerò per sempre” - concluse lui con le lacrime agli occhi.
- Anch’io - rispose lei, allungandogli una carezza.
Si alzò e si avvicinò all’uscita: la prossima era la sua fermata. Si voltò e gli sorrise per l’ultima volta; il treno si fermò e lei scese. Si voltò ancora, sollevando una mano verso il fotografo mentre le porte le si richiudevano davanti e il treno ripartiva, portandosi via l’uomo della sua vita. Perché, nonostante la scelta che aveva fatto, Trisha sapeva che era così: Paul Dryden era l’uomo della sua vita. Ma la sua vita doveva prendere un’altra direzione, una direzione con cui Paul non doveva avere niente a che fare.
Sul treno, l’uomo anziano sorrise al fotografo, quasi commosso.
- Lo so, ragazzo - gli disse con tono gentile. - Le donne sono così: ti amano, e quando se ne vanno lasciano un vuoto incolmabile. Ma passa, ti assicuro che poi passa.

(Da "L'ultima Gardini")


Litigio




Paul si alzò e camminò nervosamente per qualche secondo, poi, con le mani sui fianchi, guardò la ragazza sorridendo con amarezza.
- E’ sempre stato così, fra noi - le disse. - Tu hai sempre pensato di sapere cosa fosse la cosa migliore per me, quella che mi avrebbe fatto soffrire di meno. Anche a Central Park… Mi avevi chiesto di dimenticarti, di cercarmi una ragazza in gamba, perché meritavo qualcosa di meglio di te. E poi…poi, di fatto, sei sempre stata tu a stabilire tutto, a reggere le fila del gioco. Mi hai tenuto lontano finché avevi altro da fare, poi, quando hai deciso che mi volevi, da un giorno all’altro ti ho trovata qui a casa mia. E adesso stai mettendo un’altra volta la parola fine a ogni cosa. Io non ho mai avuto voce in capitolo e me ne rendo conto solo adesso.
- Paul, io non ti ho mai trattato come un burattino.
- No, non ti sto accusando di niente, sto soltanto dicendo che in fondo è vero: da quanto mi hai raccontato di tuo zio, posso dire che sei esattamente come lui. Sai manipolare la vita delle persone, sai farne ciò che vuoi.
Trisha rimase alcuni istanti in silenzio, imbarazzata. Sapeva manipolare la vita delle persone. Esattamente come suo zio.
- Io… Ti assicuro che non me ne ero mai accorta… - mormorò. - Credimi, non l’ho mai fatto di proposito.
- Lo so. Ed è questo che mi fa paura. Quando lo farai di proposito, sarai davvero…terribile. E’ il miglior aggettivo che mi venga in questo momento.
Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. Si avvicinò al fotografo e lo abbracciò, stringendolo a sé.
- Paul… - sussurrò, ma lui rimase rigido e non ricambiò il suo abbraccio.
- Bene - disse, gelido. - Credo che ci siamo detti tutto. Puoi andare, Trisha. Puoi prendere la tua strada, come mi hai detto.
Lei lo guardò e ripeté:
- Paul…
La guardò anche lui, combattendo con se stesso per non supplicarla di rimanere e dimenticare la sua follia.
- Cosa vuoi? Portarmi a letto ancora, scusarti, restare con me fino alla prossima volta, fino al prossimo capriccio? No, Trisha, non te lo permetterò. Hai giocato abbastanza con la mia vita.
Le prese le braccia e l’allontanò da sé.
- Vattene - le intimò con voce calma. - Per sempre, stavolta.

(Da "L'ultima Gardini")


sabato 8 ottobre 2011

"Sono la tua donna"




Dalla finestra entrava abbastanza luce perché Paul riuscisse a vedere distintamente il profilo del bel viso della ragazza, sdraiata accanto a lui. Lo ammirò per un po’ in silenzio, mentre lei, divertita da quello studio silenzioso, cominciò a sorridere.
- Dimmi che non sto sognando, che sei qui davvero - le disse infine.
- Non stai sognando, sono qui davvero.
- Dio, Trisha, ti ho aspettata così tanto… In tutti questi anni, sentivo che non era ancora davvero finita.
- Mi dispiace di averti fatto soffrire. Ho fatto perdere anni importanti a tutti e due.
- Non importa. L’unica cosa che conta è che adesso siamo insieme.
- O forse sai, quegli anni non li abbiamo persi - commentò lei, pensierosa. - Forse quando ci siamo conosciuti non eravamo ancora pronti per stare insieme. O almeno non lo ero io. Forse dovevamo ancora crescere un po’, fare esperienze diverse, vivere separati, per poi essere davvero in grado di apprezzare questo sentimento. Mi piace pensare che sia andata così.
- Insomma, secondo te è stato il destino a predisporre la nostra storia?
- Sì. Io credo al destino. Secondo me ci ha fatti incontrare, perdere e ritrovare più volte, fino ad oggi, quando ci ha definitivamente legati.
- L’hai detto, “definitivamente”. Perché adesso non ti lascio più scappare!
Trisha sorrise al suono deciso della sua voce e lui la strinse a sé. La ragazza percepì il profumo della sua pelle e si rese conto che prima di allora non si era mai sentita così appagata e in pace con se stessa, nemmeno nei giorni felici con Peter.
- Paul, grazie a te finalmente so chi sono - sussurrò.
Non aggiunse altro e lui allora le chiese esplicitamente:
- Chi sei, Trisha?
- Sono la tua donna.
Poco mancò che lui si commuovesse e lei proseguì:
- Era questa la mia strada, questo il mio destino. Fin dall’inizio era stabilito: io dovevo essere la tua compagna. Finalmente l’ho capito, finalmente smetterò di chiedermi chi sono e di inseguire cose che in fondo non ho mai voluto.


(Da "L'ultima Gardini")