E fu allora che la vidi.
Natasha Green era addossata alla parete della Chiesa, nella semioscurità. Fasciata in un lungo abito nero, sembrava ancora più bella del solito. Il dolore che aveva dipinto sul viso esaltava i suoi bei tratti. Insomma, anche nella disperazione, Natasha era splendida. Era immersa nell’oscurità, ma sembrava brillare di luce propria: guardandomi intorno, notai che spesso gli sguardi dei presenti si volgevano nella sua direzione. Pareva pazzesco, eppure non era la mia impressione, ne ero certa!
(...)
Quando ormai nel corridoio centrale non erano rimaste che una decina di persone, Natasha si mosse. All’improvviso si staccò dall’ombra, sotto lo sguardo di tutti, e si avviò lentamente verso l’altare, senza abbandonare neppure adesso la sua andatura da top model.
In quel momento la odiai. La sua mania di protagonismo, il suo egocentrismo di cui tutti parlavano, avevano colpito ancora. Solo adesso che la navata centrale era vuota, Natasha aveva deciso di “sfilare” verso il sacerdote. Perché, di fatto, la sua fu una vera e propria sfilata. E anch’io, seppur disgustata dal suo comportamento, dovetti ammettere ancora una volta che era bellissima. Aveva la capacità di stregare tutti, di attirare l’attenzione generale su di sé.
Arrivata accanto alla bara di Dario, con la Chiesa ammutolita, si fermò, alzò una mano e la posò delicatamente sul legno della bara: un’ultima carezza all’uomo che l’aveva fatta diventare il prototipo della bellezza al femminile. Una carezza che conteneva tutta la riconoscenza di Natasha per colui che l’aveva trasformata nella donna più bella e più richiesta del mondo. Lei, la star, ricevette la Comunione e tornò lentamente al suo posto, chiudendo trionfalmente il suo show personale.
(Da "Lacrime sulla moda")

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