venerdì 14 ottobre 2011

I giorni del sogno (2001)




Perchè faceva così male pensare a lui? Perchè poteva ricordare gli altri ragazzi che aveva amato con tranquillità, o al massimo con un po' di malinconia, mentre quando pensava ad Andrea le sembrava di impazzire, si sentiva soffocare, voleva uscire a cercarlo?
Erano queste domande che Valentina si poneva seduta su una panchina, aspettando l'autobus che l'avrebbe riportata a casa dopo quella lunga giornata universitaria.
Sedeva lì, in solitudine, lanciando di tanto in tanto un'occhiata a dei bambini che giocavano lì vicino. Quanto le sarebbe piaciuto avere ancora la loro età, la loro ingenuità, la loro spensieratezza!...
Si diceva di non essere stupida, Valentina, quando pensava ad Andrea. Cercava di convincersi che quello che provava era solo il ricordo dei suoi magici "giorni del sogno", del suo sogno di ragazzina, del suo sogno dei 16 anni. Ma non riusciva a credere che un ricordo, per quanto forte, o un sogno adolescenziale, per quanto grande, potesse durare così a lungo, e potesse continuare a fare così male.
"Allora perchè mi sento così quando penso a te, Andrea?" si ripeteva per l'ennesima volta quel giorno, seduta su quella panchina.
"Forse," si rispondeva a volte. "sto male perchè VOGLIO stare male, pensando a te, pensando a un ragazzo, per riempire il vuoto che c'è nella mia vita. Ma allora perchè non scegliere Mauro, lui così vicino, lui che vedo quasi tutti i giorni, lui che mi ha confessato di sentirsi attratto da me?".
No, lo sapeva bene, non poteva prendersi in giro: la verità era che in vent'anni l'unico che avesse  mai voluto veramente era stato Andrea. E forse non aveva mai smesso di volerlo.
Pensava che se lui l'avesse trattata male, quattro anni prima, se le avesse detto in faccia che di lei non gli importava niente, forse l'avrebbe dimenticato. E invece tanti suoi atteggiamenti non li aveva mai capiti. Tante cose le avevano fatto pensare di non essergli del tutto indifferente.
Ricordava quel giorno al liceo, in autogestione, quando era seduta con le sue compagne per terra, in fondo all'aula. Alla sua sinistra, in piedi, c'era Andrea, insieme al suo migliore amico. E lei si sentiva così strana già allora, già allora che non sapeva nemmeno il suo nome. Perchè era così nervosa, agitata, imbarazzata? Perchè di tanto in tanto dei brividi le scendevano lungo la schiena? E soprattutto, perchè il suo sguardo, fin dai primi giorni di scuola,  trovava quel misterioso ragazzo ovunque, anche in mezzo alla folla? Era strano, inspiegabile. Non lo pensava, non lo cercava, eppure se era lì intorno lo vedeva subito, come se lo "sentisse".
Andrea e Valentina si erano conosciuti proprio durante quell'autogestione. Una compagna di Valentina conosceva l'amico di Andrea, e così, nell'atrio della scuola, si erano fermati a scambiare quattro chiacchiere. Valentina lo ricordava come fosse ieri: Andrea le aveva sorriso dolcemente, e si era presentato:
"Ciao, io sono Andrea".
Il giorno dopo, Valentina e alcune sue compagne stavano ascoltando un'accesa discussione sulla pena di morte tenuta sempre nell'ambito dell'autogestione, quando, improvvisamente, era entrato Lui, in pantaloni neri e camicia bianca, e con quegli splendidi occhi verdi. Le si era seduto vicino, mentre il suo cuore batteva all'impazzata, l'aveva salutata e poi, sottovoce, col suo viso vicinissimo a quello di lei, le aveva chiesto:
"Queste ragazze sono amiche tue? Come si chiamano?".
Lei glielo aveva detto, e aveva notato che la sua attenzione si era soffermata su Silvia.
Mesi dopo, Andrea era venuto a sapere da un'amica di Valentina quello che la ragazza provava per lui. Allora le aveva telefonato, e si erano incontrati in un bar.
"Mi piacerebbe che diventassimo amici", le aveva detto.
Quel giorno, Andrea aveva parlato ancora di Silvia.
"Ho visto Silvia l'altro giorno", disse sorseggiando la sua birra.
Valentina, a quel punto, provò una forte fitta di gelosia.
"Ma lo sai che adesso va via?" gli disse subito, con cattiveria. "Si trasferisce a Londra con la famiglia".
Ma lui lo sapeva già.
Era in momenti come quelli che Andrea la infastidiva. Da un'amica, Miriam, aveva saputo che girava voce che Andrea avesse avuto moltissime ragazze, ma non fosse mai stato davvero innamorato di nessuna, e che si divertisse a prendere in giro la gente. Quando Miriam aveva saputo ciò che Valentina provava per Andrea, con tono da funerale e da compatimento, le aveva detto:
"Sei innamorata di lui? Dio, come mi dispiace!..."
Ma Miriam aveva mentito, aveva mentito più volte. Le aveva raccontato mille cattiverie su Andrea, l'aveva trasformato in un ragazzo maleducato, irrispettoso di tutto e di tutti.
Troppo tardi Valentina aveva capito che erano tutte bugie. O almeno, era quasi del tutto certa che fossero tutte bugie. Perchè nei suoi confronti Andrea era sempre stato correttissimo e gentile, lo doveva ammettere. Eppure, convinta che le bugie non facessero parte dell'amicizia, Valentina a Miriam aveva sempre creduto.Tanto da arrivare a considerare Andrea negativamente, tanto da arrivare a vedere in lui tutti i difetti che ci vedeva Miriam.
Oggi Valentina si chiedeva perchè Miriam avesse fatto una cosa del genere, e non trovava una risposta. Non era gelosia: Miriam aveva un ragazzo che adorava. E allora? 
Un giorno aveva affrontato l'amica apertamente:
"Hai qualcosa contro Andrea?".
"Contro Andrea?" aveva risposto Miriam con sorpresa (forse finta sorpresa). "Assolutamente no! Perchè dovrei?".
E Valentina non aveva avuto il coraggio di accusarla di averle mentito.
Eppure adesso Valentina credeva che Andrea fosse una persona a posto. All'università aveva conosciuto Stefano, un vecchio amico del ragazzo.
"E' da tanto che non vedo Andrea", le aveva detto. "Però ti posso assicurare che era un ragazzo buono e gentile".
"E anche un gran playboy, a quanto ho sentito dire", aveva insinuato lei.
Stefano era scoppiato a ridere.
"Ma quella vecchia storia si può sapere da dove è saltata fuori?", aveva commentato. "Andrea è sempre stato timido e impacciato davanti a una ragazza, anche se cercava di non darlo a vedere! Quante ragazze credi possa aver conquistato scappando appena le vedeva? E poi, guarda che Andrea era un ragazzo serio, non si sarebbe mai permesso di prendere in giro la gente".
Effettivamente, Valentina aveva ripensato al giorno del loro incontro in quel bar, dopo il quale non si erano più visti nè sentiti. Ricordava Andrea che le presentava quel suo amico, mentre le diceva imbarazzato, senza sapere dove guardare:
"Ho preferito non vederci da soli..."
"Perchè, avevi paura che ti sbranassi?", aveva pensato in quel momento con rabbia.
A volte Valentina si chiedeva se avrebbe potuto giocarsi le sue carte in modo diverso.
"Chissà se, agendo in altro modo, avrei potuto averlo, e adesso non essere qui a soffrire", si diceva.
Se lo ripeteva anche quel giorno, seduta su quella panchina.
"Dove sei, Andrea?" si chiese osservando una bambina che piangeva perchè un amichetto le aveva rubato la palla. "Ho bisogno di rivederti, di incrociare di nuovo il tuo sguardo, anche se solo per pochi istanti, di dirti anche un solo, semplice ciao.
Sono passati quattro anni dal giorno del nostro primo e ultimo appuntamento (se appuntamento si può chiamare), sono cambiate e successe tante cose, sono cambiata io, fisicamente e psicologicamente. Ne ho passate tante, ma non ti ho mai dimenticato, anche se non capisco come sia possibile.
Mi piace pensare che domani mi sveglierò e sarà un giorno nuovo, mi piace pensare che tale giorno vedrà un nostro incontro. Mi piace pensare che ti incontrerò per i corridoi dell'università, o in giro per le strade del paese.
Mi piace pensare a un sorriso, a un saluto, a una breve chiacchierata, alla voglia da parte di entrambi di conoscersi meglio, di riempire il vuoto di questi quattro anni di attesa.
Ma questi sono soltanto sogni, lo so perfettamente. E adesso che ho vent'anni i sogni, Andrea, non mi bastano più".
L'autobus si fermò davanti a lei. Le porte si aprirono e lei pensò che sarebbe stato bello salire e trovare Andrea lì seduto. Ma la vita non era un film, e Valentina sapeva perfettamente che Andrea, su quell'autobus, non ci sarebbe stato.



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