mercoledì 12 ottobre 2011

Uno squallido gioco a tre





Prima che potessi rendermene conto, mi ritrovai così coinvolta in un pericolosissimo quanto squallido gioco “a tre”.

Ogni volta che succedeva qualcosa con Daniele, ogni volta che un suo comportamento mi deludeva, ogni volta che diceva una frase sbagliata, correvo tra le braccia di Paolo. Non lo amavo, non era l’uomo con cui avrei voluto vivere; semplicemente lo usavo come valvola di sfogo, come consolazione, o forse più semplicemente come un qualcosa che mi permetteva di non pensare ai difetti di Daniele o a quello che non funzionava tra noi.

Paolo, in qualche modo, mi dava quello che non mi dava Daniele, lo “compensava”. In alcuni momenti di pura follia, mi ritrovavo a pensare che avere Paolo come amante facesse bene alla mia storia con Daniele: quando ero giù per qualche difetto nella nostra storia, mi facevo confortare da Paolo e tornavo da Daniele più serena e rilassata, e pronta a sorvolare su quel difetto che mi aveva frustrata.

Al di fuori di questi momenti, appunto, di pura follia, la maggior parte delle volte mi sentivo meschina, e mi chiedevo come avessi fatto a finire così in basso. Proprio io, che mi ero sempre chiesta come si potesse concepire il tradimento, che avevo sempre sostenuto che un tradimento fosse il segnale ultimo di una relazione che non funzionava e che quindi non aveva più ragione di esistere. Avevo sempre affermato che se il mio compagno mi avesse messo le corna anche per una sola volta, per una “sbandata” occasionale, non l’avrei più voluto vedere. E invece adesso non solo ero io a tradire, ma anche in modo costante e continuativo. Mi facevo schifo.

E così, ogni volta che mi ritrovavo a riflettere su tutto questo, anziché decidere di troncare ogni rapporto con Paolo, finivo con l’impormi di smettere di pensare. Smettevo di pensare, quindi smettevo di farmi schifo, quindi ero pronta a tornare da Paolo.

I nostri incontri clandestini non erano regolari, anzi, talvolta non ci vedevamo né sentivamo per giorni, perché, quando con Daniele tutto andava bene, di Paolo quasi mi scordavo. Lui non mi cercava mai, al massimo ogni tanto mi mandava un sms colmo di tenerezza, ma rispettava ogni mia decisione, e gli avevo chiaramente spiegato che le regole erano quelle: ero io a gestire le fila del gioco, sarei andata a cercarlo solo quando lo avessi voluto. Lo consideravo una sorta di “tappabuchi”, e lui aveva deciso di accettarlo.

Ma Paolo non era solo questo; ben presto divenne anche una valvola di sfogo per quelle fantasie erotiche e sessuali che non avevo mai rivelato a Daniele. Se con Daniele facevo l’amore, con Paolo facevo sesso. Paolo mi insegnò a giocare col sesso, a trasgredire, a non mostrare solamente il lato da “brava ragazza” che mi caratterizzava quando ero con Daniele. Il fatto di non aver mai rivelato le mie fantasie al mio compagno non era dovuto ad imbarazzo, o al timore di essere giudicata male; più semplicemente, avevo la sensazione che Daniele non le avrebbe condivise, che avesse un concetto di “sesso” diverso dal mio. Con Paolo, invece, mi sentivo libera di fare qualsiasi cosa, e lo trovavo sempre entusiasta e pronto a seguirmi in qualsiasi gioco.

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